James G. Ballard, Tutti i racconti vol.1, 1956-1962 (Fanucci)

Benvenuti sul pianeta James Ballard, mondo assai particolare, solo all’apparenza simile a quello solito nel quale quotidianamente viviamo, ma una volta penetrati in esso le normali coordinate della realtà saltano, lo spazio e il tempo si storcono, si dilatano e si stravolgono, e tante certezze che a prima vista crediamo di trovare tra le parole scritte, d’improvviso o quasi saltano, e divengono in molti casi dubbi, astrattezze o fantasie che paiono scappar fuori da una tela di Salvador Dalì
Fanucci ci offre un’ideale “guida” per l’esplorazione del mondo strano di Ballard, e in particolare di uno degli ambienti letterari preferiti dallo scrittore inglese: il racconto. Tutti i racconti vol.1 ne presenta ben ventotto, pubblicati tra il 1956 e il 1962 (dunque agli esordi della carriera d’autore di Ballard), ordinati in senso cronologico con la traduzione di Roldano Romanelli, la postfazione – molto interessante e utile – di Antonio Caronia e una breve introduzione dello stesso Ballard. Appunto, il racconto è stata una delle forme d’espressione letteraria preferite da Ballard – famoso invero per alcuni grandissimi romanzi – che egli definiva “romanzo condensato” proprio per conferire ad essa quel valore letterario che molto spesso oggi non le viene riconosciuto, quasi come uno scritto “inferiore”, “insufficiente”… Invece, proprio sfruttando al meglio la (necessaria) condensazione che il racconto prevede per poter restare tale, Ballard ha con la produzione raccolta in questo volume creato una sorta di galleria d’arte letteraria surrealista – non a caso ho citato Dalì poco fa per descrivere le immagini generate dalla scrittura dell’autore americano: la corrente artistica del surrealismo è stata una notevole fonte d’ispirazione per l’inventiva di Ballard, e in molte delle storie narrate appaiono ambienti, eventi, situazioni e personaggi che veramente, se resi immagini, avrebbero potuto far parte benissimo di una tela di qualcuno dei migliori artisti surrealisti. Non solo: una tale scenografia e atmosfera, molto onirica, surreale proprio nel senso di “oltre reale” ovvero capace di gettare uno sguardo al di là della comprensione “ordinaria” della realtà, si è prestata perfettamente per tratteggiare storie e narrazioni molto simboliche e sovente ammiccanti alla speculazione filosofica, con la quale Ballard si è spinto a riflettere su molte delle realtà che la sua epoca (e in fondo anche la nostra, non così lontana) gli metteva davanti agli occhi. Di più: assolutamente rimarchevole è il dettaglio, spesso puntigliosamente tecnico, quasi didattico, con cui Ballard ha descritto molte delle ambientazioni scientifiche utilizzate come sfondo alla narrazione: peculiarità, questa, che connette i racconti del volume al genere fantascientifico del periodo, durante il quale partiva la corsa allo spazio e la competizione relativa tra USA e URSS, e finalmente l’immaginario comune cominciava a credere che il viaggio fuori dall’atmosfera terrestre non fosse più un’utopia ma finalmente una realtà possibile. D’altro canto, non è possibile associare la letteratura Ballardiana al genere “fantascienza” tout court: farlo sarebbe atto superficiale e impreciso, oltre che ingannevole. In realtà Ballard dichiarò sempre – e i racconti di questo volume sono prova indubitabile – di voler scrivere qualcosa sì di fantascientifico ma con chiara natura “sociologica”, una narrativa nella quale l’elemento fantastico fosse strettamente correlato non tanto all’esplorazione dello spazio cosmico ma dello spazio umano, e ancor più della mente e della percezione dello spazio-tempo che essa può formulare in certe situazioni, dunque – come prima accennato – con una ulteriore sfumatura filosofica. In fondo, anche le infinite vastità intergalattiche, con tutto il loro carico di suggestione e impressione, sono tali in quanto così vengono concepite dalla mente dell’uomo: bene, Ballard ci accompagna nel viaggio in questo “mondo” prima che tra le stelle, indicandoci come per comprendere meglio il macroscopico spazio stellare, si debba prima conoscere e capire bene il microscopico spazio mentale umano…
Elenco non troppo amato dallo scrivente ma necessario come risposta alla presumibile domanda di tanti: indicazioni su quali siano i racconti migliori della raccolta… Beh, considerando che un “pianeta” è tale nell’unione di tutti i suoi elementi basilari, posso citare Terre di attesa, cosmico; Studio 5, Le stelle, poetico; Billennio, calustrofobico; Tredici verso Centauro, evocativo; Prigione di sabbia, fantasioso; Il signor F. è il signor F., inquietante… Insomma, ce n’è per tutti i gusti, se posso usare questa banalissima espressione.
Da conoscere a fondo, il pianeta James G. Ballard. Capace di affascinare non solo gli esploratori “di genere” ma moltissimo altro pubblico… – tutti quei lettori, in buona sostanza, che desiderino viaggiare lontanissimo, senza limite alcuno di spazio, di tempo, di dimensionalità, di eventualità, restando tuttavia con gli occhi aperti e i piedi saldi nella realtà ordinaria.

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