Evelyn Waugh, “L’inviato speciale” (Guanda)

Ci sono dei libri che, in un certo senso e se mi passate l’espressione, riescono ad andare al di là del bene e del male letterario, ovvero della basilare dicotomia “piace/non piace” e di tutti gli intessibili discorsi sul piacere di lettura da essi generati, per come riescono ad illuminare fulgidamente e fin nel più piccolo angolino il tema narrato, elevandolo al di sopra dei suddetti elementi classici di valutazione letteraria e per ciò in qualche modo eternandolo come in un manifesto tematico, appunto, capace di resistere anche all’inevitabile invecchiamento del testo, dello stile, e ai relativi cambiamenti di gusto e di mode nel corpo dei lettori.
L’Inviato speciale (Guanda, traduzione di Francesco Saba Sardi e introduzione di Carlo Alberto Brioschi) è, a mio parere, uno di quei libri: un’opera con la quale Evelyn Waugh prende in giro il giornalismo alla grande, e in un modo così potente e sferzante che questo libro – datato 1944, si badi bene! – io lo farei leggere non solo in tutte le scuole di giornalismo del pianeta, ma anche a qualsiasi telespettatore che, inevitabilmente, prima o poi si trova/troverà a dover assistere ad un TG nostrano o a leggere un quotidiano di quelli che traboccano cafonescamente fuori, coi loro titoloni sparati a caratteri cubitali, dalle nostre edicole. Possiede a tutt’oggi una contemporaneità che potrebbe far pensare alla preveggenza, e una verve critica talmente brillante che verrebbe da ritenere che Waugh l’abbia scritto da pochissimo tempo, e dopo aver assistito, appunto, alle attività giornalistiche del giorno d’oggi… In verità lo scrittore inglese morì nel 1966, avendo quindi già avuto ottime prove di come la professione giornalistica si stesse velocemente trasformando da narratrice della realtà a modificatrice di essa, finanche fabbricatrice – quanto sempre più accade oggi, come già rimarcato, e sicuramente con fini ben più subdoli di quelli che lo stesso Waugh riporta nella storia, legati soprattutto al vendere più copie dei quotidiani rivali attraverso la pubblicazione per primi di qualche scoop (non a caso il titolo originario del libro è Scoop: a Novel about Journalists, molto più bello e forte rispetto a quello italiano).
La storia, in breve: John Boot è un brillante giovane scrittore che viene scelto da un quotidiano di punta per andare in Africa a raccontare una crisi politica in un oscuro e sperduto stato tropicale; tuttavia per un banale scambio di nomi, laggiù ci va’ William Boot, un piccolo e inetto giornalista già in forza al quotidiano per il quale scrive articoli insulsi di costume, come solitamente si definiscono. In Ismaelia, il paese (immaginario) oggetto delle attenzioni della stampa, convergono titolati e celebri giornalisti da tutto il mondo, senza in realtà sapere bene cosa ci sia da raccontare anche perché ben poco di rimarchevole accade; così, scatta una gara a chi la spara più grossa, alla ricerca dello scoop a tutti i costi anche con l’invenzione di sana pianta di eventi mai avvenuti. Intanto Boot, incompetente più di ogni altro, passa il tempo in emerite facezie, tanto da giungere sull’orlo del licenziamento da parte del giornale per evidente incapacità di fornire notizie da prima pagina; ma proprio in quel momento, e in modo totalmente casuale, Boot scoprirà che veramente a Ismaelia è in atto un colpo di stato di matrice comunista, e in virtù di ciò diverrà un eroe – nonostante con la sua inettitudine nulla capirà di quanto gli sarà accaduto durante e dopo quel trionfo…
Dicevo di questo libro che, con la sua così brillante e imperitura trattazione della decadenza del giornalismo moderno, riesce a costruirsi un valore letterario a prescindere da qualsiasi altra valutazione critica sul testo. Tuttavia L’Inviato speciale è anche un gran bel libro, scritto assai bene, divertente e in certi passaggi spassoso (c’è in esso tutta la migliore verve del tipicissimo humor anglosassone, nonostante Waugh, col suo pensiero cattolico conservatore che non qui ma in altre opere emerge, non potesse essere il più esemplare esponente di quella specifica e fondamentale “scuola” umoristica), mai banale e noioso, elegante e pungente in ogni sua pagina; Evelyn Waugh è uno dei più importanti romanzieri del Novecento, non lo si scopre certamente ora, e questo libro rivela la sua notevole capacità di costruire storie intrise di humor eppure non banalmente comiche – teatrali semmai, ponendo sulla scena i temi narrati e illuminandoli perfettamente da ogni parte, cosicché leggendo si possa facilmente andare oltre la “maschera di scena” per giungere alla reale essenza di essi, e constatarne tutta la ridicolezza, spesso e volentieri virata in meschinità – chissà perché scrivendo ciò il pensiero mi torna irrefrenabile verso la TV e i giornali nostrani!…
Libro veramente bello, che piacerà a chiunque cerchi una storia elegante e insieme acuta e sagace, ovvero un divertimento mai stupido e fine a sé stesso ma costantemente fonte di perspicace satira; e comunque, lo ribadisco, un libro così dovrebbe esser letto non per sancire quanto sia bello o meno leggerlo, ma per fare che le sue pagine ci illuminino meglio la nostra realtà e il mondo in cui ci ritroviamo a vivere!

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  1. Pingback: 03/11/2010 |

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