Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita” (Einaudi)

Da accanito e appassionato lettore di letteratura contemporanea quale sono, ogni tanto sento il bisogno di tornare nel mondo dei grandi classici, quasi a voler (ri)fissare i puntini sulle “i” e non solo, diciamo sull’intero alfabeto disponibile, ovvero per ridefinire quelle basi ideali e sostanziali sulle quali poi ogni esplorazione del contemporaneo letterario, di qualsiasi genere e sorta sia, risulta più consapevole, piena e pregna di valore. Al centro di quel mondo dei grandi classici, poi, c’è il nucleo prezioso dei “capolavori”, termine pesante che forse viene utilizzato non sempre al proposito, e che altre volte diventa imprescindibile: sovente è stato definito così Il Maestro e Margherita, opera principale e più celebre di Michail Bulgakov, uno degli scrittori russi fondamentali per quella letteratura e per tutto il Novecento europeo, che Einaudi ha pubblicato per prima in Italia nel 1967 con la traduzione di Vera Dridso (ma anche l’originale uscirà postumo, a quasi trent’anni dalla morte dell’autore) e successivamente in diverse edizioni e con molteplici apparati critici.
Di Il Maestro e Margherita non posso che dire da subito che capisco bene quelli che lo abbiano definito un “capolavoro”, e peraltro esprimere altro rispetto a quanto molti critici e letterati nel corso degli anni hanno già fatto sull’opera di Bulgakov risulta veramente arduo. D’altro canto, è ugualmente arduo cercare di condensare in poche righe tutta la strabiliante ricchezza letteraria – in senso generale – che Il Maestro e Margherita offre, e viene quasi più “semplice” lasciare che siano le emozioni suscitate dalla lettura a trovare parole da spendere, piuttosto che il ragionamento più o meno critico, il quale potrebbe risultare pur estesissimo e comunque non ancora esaustivo… Il lettore di Il Maestro e Margherita si ritrova di fronte a un’opera che è in verità un incredibile spettacolo teatrale, uno show – come ha scritto Eugenio Montale in uno degli apparati critici inseriti nell’introduzione dell’edizione da me letta – nel quale, a fronte di una trama tutto sommato semplice e lineare – l’arrivo a Mosca di una bizzarra piccola compagnia di teatranti che altri non sono se non il Diavolo in persona coi suoi più fedeli sgherri, la quale metterà a ferro e fuoco la “buona” società intellettuale moscovita, attirando a sé in qualità di inopinati “discepoli” il “Maestro”, uno scrittore ridotto ad uno stato di disperata depressione per il suo insuccesso letterario, e Margherita Nikolaevna, l’amante del Maestro, che grazie alla banda demoniaca conquisteranno una sorta di rivalsa ultraterrena verso quell’ambiente intellettuale tanto borioso quanto fondamentalmente ipocrita e ignorante… – uno show nel quale a fronte di questa trama semplice e lineare, dicevo, succede di tutto e di più, in un girandolare di innumerevoli personaggi della più disparata specie, di eventi incredibili raccontati con profondo sarcasmo e taglientissima ironia, a volte anche disperata, e con la “storia nella storia” del romanzo scritto dal Maestro e rifiutato dalla critica, il quale rilegge in modo molto originale e religiosamente poco ortodosso la fine di Gesù/Yeshua e il suo rapporto, prima e dopo la morte in croce, con Ponzio Pilato.
Assolutamente meravigliosa, nonostante la sferzante malvagità con la quale entrano in scena nella prima parte del romanzo, è certamente la banda demoniaca di Satana/Professor Woland – così si presenta il diavolo nel romanzo, quale esperto di magia nera – e dei suoi seguaci, attraverso i quali Bulgakov esplora a fondo il rapporto dicotomico tra bene e male rapportandolo alla sua epoca e alla realtà sociale moscovita, affiancandolo inoltre – come grazie ad uno specchio letterario ultratemporale – alla metaforica narrazione del romanzo del Maestro, cosa evidente soprattutto da come Bulgakov faccia della Mosca coeva e della Gerusalemme antica due facce della stessa medaglia, per così dire. E nella banda, il più simpatico in assoluto è il gatto nero Behemot, vero e proprio giullare che parla per battute taglienti e divertenti e ne combina di tutti i colori… Alla fine, quasi inopinatamente, Satana e i suoi demoni si elevano quasi a difensori, se non del “bene”, di una certa umanissima equità che invece il “bene ufficiale”, quello che dovrebbe essere modello e scopo dalla buona società cittadina, calpesta più volte per fini spesso futili, e in tale chiave di lettura Bulgakov ripone una feroce critica di quella “buona società” e del sistema intellettuale dominante del quale egli stesso, in vita, sarà vittima, soprattutto “grazie” a Stalin.
Insomma: opera imprescindibile per chiunque voglia dirsi lettore d’oggi, a prescindere poi dal mero apprezzamento, di qualsiasi genere potrà essere, che la lettura susciterà. Un consiglio che mi sento di dare è quello di leggere gli apparati critici posti come prologo all’opera sia prima della lettura del romanzo che dopo, il che renderà la comprensione e il punto di vista sull’opera di Bulgakov certamente più completi e approfonditi. Ma comunque leggetelo, ne vale la pena.

2 risposte a Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita” (Einaudi)

  1. Pingback: 07/02/2011: Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita” (Einaudi) |

  2. Francesco ha detto:

    Sono un accanito lettore soprattutto di romanzi attuali di diverso genere ma non disdegno di leggere anche i classici pur non avendo un cultura umanistica.confesso che nonostante la lettura del romanzo per ben due volte dopo aver consultato le diverse critiche che ho trovato in rete ancora non riesco ad inquadrare neanche lontanamente l opera che però mi affascina irrazionalmente.

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